POSTFAZIONE
STEFANO CAMPANELLA
direttore di Padre Pio TV
Dopo aver letto le pagine di questo testo, il lettore potrebbe porti alcune domande. Perché, all’inizio degli anni Settanta, un giovane parroco ha deciso di lasciare la sua terra d’origine, una comunità che lo segue e che non gli fa mancare nulla, un luogo di fecondo apostolato come San Giovanni Rotondo, per “chiudersi” negli sconfinati spazi del più vasto deserto caldo del pianeta? Come mai, mentre le nuove generazioni del clero postconciliare accoglievano e sperimentavano quella «teologia del rinnovamento», sdoganata dai documenti del “Vaticano II” dopo decenni di ostili limitazioni magisteriali e destinata a rendere più concreta l’idea di una Chiesa concepita come ponte fra Dio e gli uomini, un sacerdote di appena 31 anni ha deciso di vivere un’esperienza antitetica, di tipo eremitico, apparentemente arcaica e anacronistica? Quale ragione ha indotto lo stesso protagonista, nel frattempo divenuto arcivescovo, a distanza di 52 anni, a cedere alle insistenze dei suoi amici, a cui aveva confidato di aver preso una serie di appunti durante la singolare parentesi nel suo ministero, e a decidere di pubblicarli, in un’epoca e in un contesto culturale, come quelli attuali, che sembrano ancora più refrattari a forme di spiritualità profonde di tipo ascetico?
La narrazione delle vicissitudini vissute e il successivo percorso esistenziale di mons. Domenico D’Ambrosio ci rivelano che, tra le motivazioni del suo viaggio dalla Puglia all’Algeria, non ci sono stati né lo spirito di avventura o di evasione né il gusto di sperimentare nuove sensazioni, bensì il desiderio di un percorso alla ricerca di una relazione intima e sensibile con Dio. L’accettazione di una proposta di fratel Carlo Carretto e l’attuazione del proposito sono state precedute dal permesso dell’arcivescovo. La durata era programmata. Il primo frutto che emerge dal diario è la conoscenza di una realtà diversa, che si manifesta fin dall’arrivo nell’Algeri dell’epoca, fatta di «fango», di «miseria», di «frotte di bambini che ti vengono incontro per chiedere soldi», di sguardi severi e diffidenti.
Una realtà da incontrare, da comprendere e da imparare ad amare.
Poi, a Béni Abbès, c’è l’emozione di pregare nella cappella costruita da Charles de Foucauld, dinanzi al quadro del Sacro Cuore dipinto dalla mano del futuro santo. È lui, il «fratello universale», la vera guida nei luoghi da scoprire, non solo geografici, ma anche del cuore. È lui l’esempio da seguire, nel donarsi all’altro, non solo al vicino, al gentile, all’ospitale, ma anche all’estraneo, al dissimile, all’ostile, al giuda, al potenziale assassino. È lui il maestro che insegna a trovare, nel silenzio della solitudine, la preghiera che diventa incontro intimo e personale con Dio.
Infine, il racconto si sofferma sul lungo tempo del deserto, in cui il giovane sacerdote ha compiuto un’immersione introspettiva. Lungo, ma più breve del previsto. Al decimo giorno «la solitudine comincia a pesare e viene il dubbio di non riuscire a resistere fino alla fine». Al tredicesimo giorno, dopo una notte insonne, in compagnia di un arabo errante che chiede continuamente cibo e soldi e che ostenta «un grosso pugnale», Carlo Carretto decide di farlo rientrare nella Fraternità di Béni Abbès, senza incontrare né la resistenza e neppure un’obiezione del diretto interessato. Insistere nel voler restare nella piena solitudine del deserto forse è un eroismo inutile.
Un fallimento? Una resa? No. Solo l’umiltà di riconoscere i propri limiti e la consapevolezza di poter vivere un “deserto dal volto più umano” nelle ultime due settimane algerine, «in una piccola e disadorna cella» dell’hermitage di fratel Charles de Foucauld, custodito dalle Piccole Sorelle, scaturite dalla sua spiritualità.
Del resto, il deserto spirituale non coincide tout court con quello materiale.
Non implica la totale rinuncia a tutto e a tutti. Non si vive esclusivamente attraverso una chiusura totale e totalizzante nella contemplazione, bensì unendo ad essa un’impegnativa attività manuale che gli era stata chiesta: «scavare nella sabbia per recuperare alcuni massi di basalto che dovranno servire per la costruzione di un eremo». Un lavoro faticoso, pesante, che mette a dura prova le «mani delicate» di chi è abituato ad accarezzare le morbide pagine dei libri e non a farsi graffiare la pelle dall’impietosa, solida roccia vulcanica. Un sacrificio imprevisto che si aggiunge a quelli messi in contro prima della partenza: la frugalità dei pasti, la privazione delle comodità, la distanza da ogni possibilità di dialogo umano, il «sole che spacca le pietre» di giorno e le temperature sotto lo zero di notte. Ma è lì, in quel sacrificio, in quello svuotamento di sé per fare spazio alla volontà del Padre, che ci si avvicina all’immolazione, che dal Getsemani al Golgota, è divenuta il “luogo” dell’incontro fra l’uomo e il suo Signore.
Non a caso, alla continuità dei «giorni di silenzio e di preghiera», consumati nell’eremo nella seconda metà della permanenza in Algeria, seguono altre richieste che sottopongono a nuove prove la resistenza fisica di chi è abituato a tutt’altro stile di vita: aprire un pozzo luce con martello e scalpello in una parete della vecchia cucina delle Piccole Sorelle per trasformarla in una cella per ospiti; aiutare il frate minore conventuale Mario a cavare pietre; collaborare con il sacerdote francese Pierre Marie alla costruzione del suo eremo.
Questo diario, dunque, parte dal desiderio di sperimentare «la solitudine del deserto per far tacere le molte voci e ascoltare la Voce che mi annunzia la Parola che sola ha il potere di salvarmi», dall’ambizione di «dare alla mia preghiera quel senso di lode e di gratitudine che ora manca», ma la decisione di vivere l’esperienza fino in fondo, l’accettazione di attenuarla per renderla vivibile, vincendo la tentazione di interromperla, ottengono più di quanto sperato. Nel primo giorno in terra straniera, una cieca che vede “oltre” aveva detto al giovane sacerdote venuto da San Giovanni Rotondo: «Con Dio bisogna saper attendere».
Don Mimì, ormai prossimo alla metà del suo deserto, pur constatando di non aver imparato a pregare, di non essere riuscito a dare al silenzio il suo spazio, pur avendo dovuto ammettere: «Non so attendere il tempo di Dio», si è fatto forza. Ha continuato a sperare, ha completato la sua personale quaresima, fino a poter ringraziare il Signore per essere risorto con lui, fino a rivelare, a se stesso prima che agli altri: «Ho avvertito vicino il Dio lontano».
Le pagine del libro documentano che mons. Domenico è stato arricchito da tutti quegli stimoli che solo il deserto può offrire: la solitudine, la privazione (anche di ciò che è indispensabile e di cui non si può fare a meno per lungo tempo), l’essenzialità, la percezione della propria piccolezza nel confronto con l’immenso, il dominio sulla paura dell’ignoto e dell’imponderabile, l’accettazione del sacrificio e la sua offerta. Ma ciò che, più di ogni altra sensazione, lo ha elevato spiritualmente sono stati gli «spazi di silenzio che rendono meno ardua la fatica della preghiera», come egli stesso rivela nella Premessa.
La preghiera, quella autentica, ha bisogno di due presupposti, entrambi sperimentabili solo lontano dai “rumori” che ci circondano: il raccoglimento e l’ascolto. Così, al termine di questo percorso umano e spiritale, constata: «Posso confessare che l’esperienza del deserto ha aperto la mia vita e il mio ministero sacerdotale a un inedito rapporto con il “beneamato fratello e Signore Gesù”. Me lo ha fatto conoscere». Da questa scoperta al desiderio di condivisione, il passo è stato breve. Richiamo, anche qui, le parole di Papa Francesco: «Sempre succede così: quando ognuno di noi conosce di più Gesù, nasce il desiderio di farlo conoscere e di condividere questo tesoro».
Un tesoro che non può restare nascosto nelle pagine di qualche quaderno.
Che diventa ancora più prezioso quando viene “distribuito” al prossimo. Per questo gli appunti di mons. D’Ambrosio dovevano essere pubblicati: per offrire anche ad altri le sue riflessioni e, soprattutto, quegli insegnamenti che scaturiscono dai pensieri e dalla non comune vita di Charles de Foucauld, il quale, da autentico discepolo di Gesù, scriveva: «Il pericolo e la fatica reclamiamoli sempre».
Al termine delle pagine di questo volume, spero che capiti anche ad altri quello che è successo a me, cioè di comprendere che nella preghiera si cerca la volontà di Dio, nella Sacra Scrittura si trova la volontà di Dio, nel sacrificio si attua la volontà di Dio.

«Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvi, per ricevere la grazia di Dio; è là che ci si svuota…».