PREFAZIONE
GABRIELE FARAGHINI
priore generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas
Fratel Gian Carlo Sibilia, il fondatore della nostra Comunità dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas di Charles de Foucauld, per la grande amicizia che lo lega al vescovo Domenico, lo chiama sempre don Mimì. Prenderò anch’io questa libertà, anche perché l’ho sempre sentito chiamare così e mi risulta difficile togliere il diminutivo ed aggiungere altri titoli.
Del resto, se don Mimì ha chiesto a me di fare l’introduzione al libro del suo diario dei quaranta giorni vissuti nel deserto del Sahara, è unicamente per l’amicizia che lo lega a fratel Gian Carlo e alla Fraternità di san Charles de Foucauld. Avrà pensato che il priore dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas fosse adatto per esprimere questa sua vicinanza a noi. Tra l’altro, scriverà nel suo diario che il giorno della sua partenza da Béni Abbès tre amici arabi «sono qui per salutarmi e dirmi la loro gioia per aver conosciuto un altro piccolo fratello». Ma non c’è bisogno di nessuna “adozione a distanza” per don Mimì, dato che ha sempre vissuto da piccolo fratello, anche come “piccolo monsignore”, come dice nella premessa al diario. Non posso nascondere che, durante la nostra conversazione telefonica, è rimasto un po’ male quando mi ha chiesto: «Quando sei stato nel deserto?» e ho dovuto dirgli che, in verità, non c’ero mai stato! Il massimo della sabbia che ho visto è stato ad Ostia. L’ho precisato all’inizio, così chi sta leggendo può decidere tranquillamente di passare al diario, saltando quest’introduzione. Del resto a nessuno piacerebbe avere un dietologo obeso.
Per quelli che hanno deciso di continuare a leggere, riparto dallo sconcerto di don Mimì, che evidentemente si è dovuto accontentare! Pensate che differenza rispetto a fratel Gian Carlo che, come racconta nella premessa al diario, lo raggiunge a Fiumicino per dargli alcuni consigli sull’esperienza del deserto, inviato da fratel Carlo Carretto, che lo attendeva a Béni Abbès. Io, purtroppo, non posso dare consigli a nessuno. Non ho alle spalle esperienze nel deserto, né vado tanto d’accordo con la solitudine, ma queste sono mie malformazioni rispetto al piccolo fratello che dovrei essere!
Da parte mia, ho accolto con gioia, sorpresa e gratitudine l’invito di don Mimì e sono onorato di introdurre il suo libro.
Sono pagine semplici, fresche ed immediate, nelle quali ci sono cronache e degli inserti chiamati “Nel deserto parlerò…”, in cui riflessioni e citazioni, soprattutto di san Charles, accompagnano le sue giornate. Credo che sia stata proprio una bella idea quella dei suoi amici che gli hanno chiesto di tirare finalmente fuori dal cassetto questo diario del 1973 per farlo leggere a chi lo vorrà.
Ho visto emergere, da queste pagine, il valore del deserto come esperienza di vita, come metafora della vita. Un po’ come lo è il fare strada per gli scout, che vivono la loro Route come maestra di vita e amano dire che “le cose più importanti si apprendono attraverso i piedi”! In effetti, leggendo le difficoltà e le fatiche di don Mimì, a uno verrebbe da dire: ma chi te l’ha fatto fare? È lui stesso a scrivere, dopo appena quattro giorni dal suo arrivo: «L’esperienza del deserto è faticosa molto più di quanto pensassi quando la desideravo e la preparavo!» (5 gennaio).
Penso alla fatica dei primi dieci giorni senza dormire, finché fratel Carlo non «decide che devo rientrare a Béni Abbès in fraternità». E così potrà annotare: «Vado a letto – è un vero letto – dopo tredici giorni di tenda» (13 gennaio). Ma penso anche alla fatica del lavoro, che racconta sempre nelle pagine del diario. Alla nostalgia che inevitabilmente lo assale: «Non posso nascondere che in alcune giornate avverto la fatica di questa esperienza del tutto nuova: sento l’assenza della mia comunità, del mio impegno pastorale, del contatto con la gente» (18 gennaio).
Ma chi gli ha fatto fare tutte queste fatiche? A che serve?
La risposta don Mimì la trova negli scritti di san Charles de Foucauld e la annoterà nel suo diario il 18 gennaio: «Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvi, per ricevere la grazia di Dio; è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio e che si svuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio». Il bello è che se, forse (immagino), qualche suo amico prete lo avrà preso per un originale (se non per un matto) a chiedere di passare quaranta giorni nel deserto, sarà il suo amico arabo Laïd a capire quello che lo animava definendolo: «Uomo di Dio che cerca il deserto per incontrare Dio» (21 gennaio).
Insomma, la visione poetica del deserto come luogo di silenzio e di pace non è proprio tutto… c’è la fatica, c’è la confusione dei bambini che ti accerchiano, c’è la sabbia che il vento solleva e si infila dappertutto, c’è il sole che ti brucia di giorno e il gelo che ti assale la notte, c’è il lavoro manuale, c’è la cucina con la legna da accendere, c’è poca acqua per bere e per lavarti… e chissà quant’altro. Il deserto nella Bibbia è un luogo di passaggio, di pellegrinaggio, di purificazione, che conduce alla terra promessa da Dio. Il popolo eletto percorre per quarant’anni un cammino nel deserto per giungere nella terra promessa. Il cammino esistenziale del popolo d’Israele è il cammino dell’uomo; ciascuno di noi si può ritrovare in questo itinerario. Si può dire che il deserto è “figura” della vita dell’uomo, intesa come cammino verso la meta preparata da Dio. È un cammino non semplicemente materiale, ma soprattutto spirituale. Nel deserto il popolo d’Israele ha sperimentato la sua debolezza e le sue nostalgie e ha stancato il Signore. Questo cercare in continuazione la speranza verso altro che non Dio ha messo a nudo la fragilità del popolo eletto che si è attaccato alla nostalgia del passato (questo è il vero sinonimo del “mormorare”) e ha camminato con difficoltà: «Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio» (Nm 11,5); «In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”» (Es 17,3); «Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”» (Es 16,3).
Nel deserto, che è il cammino della nostra esistenza, spesso anche noi ci stanchiamo, ci lasciamo cadere le braccia, le nostre ginocchia si piegano, il nostro cuore si smarrisce; queste sono espressioni mutuate dai profeti Geremia e Isaia per descrivere la disperazione; eppure è lungo questo cammino che possiamo incontrare il Signore. Il deserto è il luogo della prova; il popolo è messo alla prova; anche Gesù, nei quaranta giorni di deserto, è provato; noi siamo messi alla prova: «Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. Guardati dunque dal dire nel tuo cuore: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”. Ricordati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri» (Dt 8,14-18). La prova ha come scopo l’incontro col Signore, vuole condurci a sperimentare l’amore del Signore che ci tiene per mano, che ci conduce nel cammino, vuole purificarci dal nostro orgoglio, dall’egoismo e dalla presunzione. Credo sia questa la rilettura dell’esperienza di don Mimì attraverso le parole della Scrittura. In effetti, se ci pensiamo, tutto il cammino della nostra vita possiamo considerarlo un itinerario nel deserto verso la terra promessa, fatto di tante prove, gioie e fatiche, come quelle che ha vissuto il nostro don Mimì.
Comunque, è pur vero che dobbiamo conquistare questa consapevolezza e che, per questo, solo il silenzio e la preghiera del deserto possono aiutarci: «Per chi si lascia cogliere dallo Spirito che anima la Parola di Dio, “deserto” è la ricerca di Dio nel silenzio, è un ponte sospeso gettato dall’anima innamorata di Dio sull’abisso tenebroso del proprio spirito, sui profondi crepacci della tentazione, sui precipizi insondabili delle proprie paure che fanno ostacolo al cammino verso Dio. […] Vi dicevo che la parola deserto significa ben di più di un semplice luogo geografico. I russi che se ne intendono e che su questo ci sono maestri lo chiamano “pustinia”. Pustinia può significare deserto geografico, ma nello stesso tempo può significare luogo dove si sono ritirati i padri del deserto, può significare eremo, luogo tranquillo dove ci si ritira per trovare Dio» (Carlo Carretto, Il deserto nella città). Il deserto è un segno per ritrovare l’essenziale nella nostra esistenza, che rischia di essere un vagare senza meta anziché un pellegrinaggio, un cammino verso la terra promessa. Se non ci fermiamo un attimo, se non ci ritagliamo un po’ di tempo di silenzio, se non ci disponiamo all’ascolto della Parola del Signore rischiamo di perdere il senso di tutto quello che facciamo, di correre ma senza sapere perché e soprattutto verso dove. L’esperienza vissuta da don Mimì può parlare a tutti noi e dirci quanto sono importanti il silenzio e la preghiera, vissuti nella precarietà, nella fatica, proprio come lui ha vissuto nel deserto. Il deserto è tutt’altro che calma e tranquillità e, se può esserlo esteriormente, non lo è interiormente. Frère Charles stesso non è andato nel deserto per stare tranquillo, ma per incontrare il popolo dei Tuareg e soprattutto perché loro incontrassero Gesù: «Bisogna andare – scrive durante il ritiro per l’ordinazione presbiterale – non là dove la terra è più santa, ma là dove le anime si trovano nel più gran bisogno. In Terra Santa c’è molta abbondanza di sacerdoti e di religiosi e poche anime da conquistare; nel Marocco e nelle regioni limitrofe c’è un’estrema carestia di sacerdoti e di religiosi e un grandissimo numero di anime da salvare».
Fratel Carlo Carretto diceva che, paragonando il mondo ad un’oasi, dove tutti si danno da fare per costruire o coltivare qualcosa, lui voleva essere quello che scavava il pozzo per dare l’acqua a tutti, senza la quale nessuno può fare niente; ovviamente questo pozzo da scavare è la preghiera e l’acqua è quella che solo il Signore può darci, quella che Gesù promette alla samaritana (cfr. Gv 4,4-42).
Occorre accettare la sfida del deserto e dare tempo al silenzio per incontrare il Signore, per arrivare alla fonte che disseta.
Ringrazio don Mimì che, attraverso il suo diario, ci porta nel cuore del deserto e ci invita a ritrovarlo nella nostra esistenza.

«Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvi, per ricevere la grazia di Dio; è là che ci si svuota…».